K33 vede somiglianze “inquietanti” nel price action, ma meno probabilità di un -80%; intanto Ethereum treasury e DeFi prime brokerage cambiano le regole.
Il calo di circa il 40% di Bitcoin dai massimi di ottobre ha riaperto un cassetto che il mercato ama tenere a portata di mano: il “ciclo quadriennale”, con la sua liturgia di euforia, distribuzione e desertificazione dei volumi. K33, società di ricerca e intermediazione, non nega che l’intonazione dell’ultimo sell-off abbia qualcosa di familiare, anzi: il responsabile della ricerca Vetle Lunde parla di “somiglianze inquietanti” con le svendite profonde del 2018 e del 2022, dove il comportamento del mercato tende a contare più dei fondamentali nel breve. Il punto, però, è che oggi la paura del ciclo può diventare essa stessa un catalizzatore, perché se i long term holder riducono l’esposizione e i nuovi capitali si mettono in attesa, la pressione al ribasso si autoalimenta anche in presenza di venti favorevoli sul fronte regolatorio e macro.
Eppure, nella lettura di K33, “questa volta è diverso” non è solo uno slogan da fine bull market. Lunde non si aspetta un crollo dell’80% peak-to-trough come nei cicli precedenti, citando un contesto più istituzionale, un quadro di tassi che tende all’allentamento e, soprattutto, l’assenza di quegli eventi di deleveraging forzato che nel 2022 trasformarono una correzione in una liquidazione sistemica. Sul tavolo compaiono anche segnali potenziali di minimo, come una giornata di volumi spot in area 90° percentile e un posizionamento sui derivati “estremamente negativo” dopo liquidazioni long per miliardi, ma con una premessa che pesa più dei numeri: non sono ancora prove definitive. Per questo K33 fissa una geografia precisa dei livelli: 74.000 dollari come supporto critico, sotto il quale lo slancio potrebbe accelerare verso i 69.000 (picco di novembre 2021) e, più in profondità, verso la media mobile a 200 settimane attorno ai 58.000.
Questo stesso tema, la differenza tra perdite “da grafico” e perdite “da struttura”, emerge anche sul fronte Ethereum, dove la finanza corporate sta sperimentando modelli di tesoreria sempre più aggressivi. Tom Lee, presidente di BitMine, ha respinto l’idea che le perdite non realizzate dell’azienda in ETH (circa 6,6 miliardi di dollari) trasformino la società in una futura “exit liquidity”, sostenendo che la volatilità mark-to-market è intrinseca a una strategia di tesoreria pensata per attraversare un intero ciclo e non per fare market timing. La sua formula, “a feature, not a bug”, è volutamente provocatoria: come un ETF indicizzato scende quando scende il mercato, così un veicolo che replica (e tenta di sovraperformare) ETH deve accettare drawdown temporanei senza trasformarli automaticamente in pressione di vendita. I sostenitori aggiungono un dettaglio tecnico-finanziario rilevante: la dinamica mNAV può funzionare da interruttore naturale, limitando l’emissione diluitiva nei ribassi e preservando capitale per i cicli successivi, riducendo l’incentivo a scaricare ETH nel momento peggiore.
Se poi qualcuno pensa che la DeFi resti un parco giochi separato, l’ultima mossa di Ripple è un reality check istituzionale. Ripple ha integrato Hyperliquid in Ripple Prime, collegando per la prima volta la propria piattaforma di prime brokerage a una venue DeFi e permettendo a clienti istituzionali di gestire derivati on-chain insieme a esposizioni su exchange centralizzati e persino asset come FX e reddito fisso, dentro un framework unificato di rischio e margine. Ripple Prime resta la controparte tra cliente e Hyperliquid, cioè offre accesso alla DeFi senza frammentare relazione di prime brokerage e rischio di controparte, un passaggio che “normalizza” l’on-chain nel linguaggio delle sale trading tradizionali. La piattaforma nasce dall’acquisizione di Hidden Road da parte di Ripple per 1,25 miliardi di dollari e si appoggia a una base che, secondo quanto riportato, serve oltre 300 clienti istituzionali e gestisce più di 3 trilioni di dollari l’anno.
Messa insieme, questa fotografia racconta un mercato che può ancora spaventarsi come nel 2018, ma che nel 2026 sta costruendo tubature nuove: tesorerie “crypto-native” e prime broker che portano la DeFi nei cruscotti del risk management. E quando la struttura cambia, anche i vecchi cicli smettono di essere leggi della fisica e tornano a essere quello che sono sempre stati: psicologia collettiva travestita da destino.



