Martedì 25 marzo 2026 rimarrà nella storia di Circle Internet Group come la notte peggiore dalla quotazione: le azioni CRCL sono crollate fino al 22%, cancellando in poche ore gran parte di un rally che aveva portato il titolo da circa 60 dollari a oltre 130 nell’arco di poche settimane. Coinbase ha perso quasi il 10%, trascinata al ribasso perché condivide con Circle una quota significativa dei ricavi generati da USDC. L’intero settore crypto ha sentito il peso: Bitcoin è scivolato brevemente intorno ai 69.000 dollari, e Ethereum ha sofferto nella stessa finestra temporale, in un clima di avversione al rischio generalizzata alimentata anche dal quadro macro come la guerra in Iran, stretto di Hormuz sotto pressione e Fed con le mani legate.
Il detonatore è stato la circolazione di una nuova bozza del Clarity Act, la legge americana sulla struttura del mercato crypto attualmente in discussione al Senato. Il testo proposto vieterebbe a qualsiasi piattaforma di offrire rendimenti su saldi in stablecoin in modo “direttamente o indirettamente equivalente” a interessi bancari. La lettura immediata del mercato è stata brutale e lineare: niente più yield su USDC, niente più incentivi per detenerlo, niente più vantaggio competitivo rispetto alle stablecoin che non hanno mai offerto rendimenti. Il modello di business di Circle, ovvero raccogliere miliardi in USDC, investirli in Treasury americani a breve termine, incassare gli interessi e girarne una quota a Coinbase per finanziare i programmi rewards degli utenti, sembrerebbe colpito al cuore.
Ma qui arriva la contro-tesi di Bernstein, che vale la pena leggere con attenzione perché ribalta la narrativa dominante. Gli analisti Gautam Chhugani e colleghi sostengono che il mercato ha semplicemente letto male il testo: “Circle guadagna. Coinbase distribuisce. Il Clarity Act prende di mira la distribuzione”, hanno scritto in una nota agli investitori. La distinzione è fondamentale: Circle non paga yield direttamente ai detentori di USDC. È Coinbase, in qualità di distributore, a offrire ai suoi utenti il 3,5% sui saldi USDC. La norma colpirebbe Coinbase, non Circle, e persino in quel caso la bozza prevede possibili eccezioni per i reward legati ad attività reali come pagamenti, trading e programmi fedeltà. Bernstein mantiene un rating Outperform su Circle con target a 190 dollari, e su Coinbase con target a 440 dollari. Owen Lau di Clear Street ha definito la reazione “una sovra-reazione”, ricordando che Circle è ancora ampiamente in positivo da inizio anno.
Va detto che c’è un secondo fattore che ha pesato indipendentemente dal Clarity Act: Tether ha annunciato nella stessa notte di aver ingaggiato una delle Big Four per il primo audit completo delle sue riserve. Per anni Circle e USDC avevano costruito il loro vantaggio competitivo proprio sulla trasparenza regolamentare rispetto all’opacità di Tether. Se USDT si certifica con un Big Four, e nel frattempo la normativa americana attacca il modello di rendimento di USDC, il differenziale si assottiglia drasticamente. Il mercato ha visto questo scenario e ha venduto. L’analista Gus Gala di Monness ha commentato che la notizia dell’audit Tether “sta pesando sul titolo anche più del Clarity Act stesso”.
I fondamentali di USDC restano però solidi: nel 2026 ha aggiunto 4,5 miliardi di nuova supply, controlla il 64% dei volumi di transazione nelle stablecoin e conta oltre 600.000 wallet attivi, cresciuti del 600% in un anno. Il peg al dollaro non ha vacillato di un centesimo. Non è Terra-LUNA, non è un collasso di solvibilità: è un problema di percezione del modello di business in un momento di massima incertezza normativa.
Il problema vero, in fondo, è che il mercato non ha letto il Clarity Act: ha sentito la parola “ban” accanto alla parola “yield” e ha premuto il tasto vendita. Bernstein ha ragione tecnicamente, ma nel trading la narrativa si muove sempre più veloce dell’analisi. E quando il panico regolamentare incontra un titolo che aveva guadagnato il 170% in sei settimane, la fisica fa il resto.


